Enrico Di Fiorino commenta su Rifiuti, la rivista diretta da Paola Ficco, una recente sentenza dalla Corte di Cassazione in materia di avvelenamento di acque o sostanze alimentari (art. 439 c.p.).
La necessità di colmare le lacune della legislazione penale, nell’ambito di un fenomeno di accentuato “interventismo giudiziario” a difesa della salute della collettività, ha portato ad una valorizzazione politico-criminale dei delitti conto l’incolumità pubblica.
Da una parte, il provvedimento riafferma l’interpretazione del delitto de quo alla stregua di reato istantaneo a effetti permanenti, facendo coincidere il momento ultimo di possibile consumazione con la data dal sequestro del sito inquinante.
Dall’altra, la sentenza, dopo una condivisibile ricostruzione dei principi in materia di prova c.d. scientifica (come declinati dalla nota sentenza Cozzini in materia di esposizione a sostanza tossiche), dilata oltremodo il delitto di avvelenamento e, dietro il paravento della scientificità, finisce per plasmare il pericolo penale secondo pericolose logiche precauzionali, non condivisibili neppure in ragione delle innegabili esigenze di tutela collettiva.